Foto di frate con bambini

Eccola qui, la tua splendida foto con i tuoi bambini. Oggi sei riuscito a metterne insieme un bel po’ per darti l’ultimo saluto: e la cosa bella era che tutti parlavano di te come di una persona presente, appena vista. Ma alcuni di noi, me compreso, non ti vedevano da anni. Abbiamo pianto un po’ e riso molto: parlando di te, di com’eri con noi e di mille aneddoti. Tutti hanno sottolineato che guidavi in modo orrendo e che i tuoi scappellotti erano una fucilata. Diversi ti ricordano con il ciuffo ribelle e il pizzetto e che una delle tue prodezze era la frustata con il cordone del saio, quando si giocava. Ognuno conserva gelosamente per sé le parole che gli hai donato.
E’ stata una funzione splendida. Non ti arrabbiare ma ti hanno anche applaudito, e più di una volta. Come uno di noi ti ha detto oggi… hai dato tanto: fai ancora qualcosa per noi. Riunisci quelli che trovi e dì loro che ci facciano luce e ci guardino le spalle perché molti di noi hanno ancora tanto bisogno di buoni consigli e di esempi utili.
Dopo ogni confessione, quando ero lupetto, mi dicevi “fratellino, stai sereno”. Ci si prova ancora Baloo, ci si prova. Ma con uomini come te era facile crescere sereni e di uomini come te ne ho conosciuto davvero pochi.
Buona caccia caro Baloo.

Tags: ,

Ritratto di un uomo:
un po’ frate e un po’ orso saggio…

È stata una settimana strana e molto dura. Lunedì ho rischiato di perdere per sempre un amico che ha avuto la fortuna di trovare persone in gamba che gli hanno letteralmente salvato la vita. Oggi lo sono andato a trovare in ospedale e vederlo ridere, chiacchierare e scherzare come sempre, mi ha restituito forza e mi ha fatto pensare che a volte esiste una giustizia che preserva le persone che lo meritano.
Stasera a casa ho dato un’occhiata ai social e ho visto un messaggio di mia sorella, un addio a un vecchio amico. Pubblico la foto che è quella del matrimonio di mia sorella Cristina, non le ho nemmeno chiesto il permesso ma non credo se la prenderà. Era stata una delle più belle giornate della mia vita.
A sinistra c’è Padre Flavio, uno straordinario frate francescano che ha dedicato gran parte della sua vita ai giovanissimi; io sono letteralmente cresciuto con lui negli scout dove sono stato per una dozzina di anni. Era un uomo meraviglioso, ironico e burbero, divertente, molto semplice e al tempo stesso enormemente profondo. Quando ero nei lupetti uno dei giochi più belli era “la mischia”. Ci si buttava tutti addosso a Flavio (che era Baloo, l’orso saggio) o a Federico, Akela. Flavio si aggiustava il ciuffo ribelle e tra spinte, sgambetti e scappellotti ci spediva a terra uno dopo l’altro. Si vinceva per sfinimento.
Campo scout del 1979 (credo), nubifragio torrenziale: la tenda della mia squadriglia si allaga e veniamo suddivisi in altre tende. Io finisco in una piccola canadese due posti con Flavio che dopo pochi minuti si allaga. La pioggia gocciolava dal sovratelo e scrosciava giù dai paletti. Flavio impiega al massimo 40″ per riaddormentarsi e dopo due minuti russava più forte dei tuoni. Impossibile dormire. Uscii dalla tenda e andai a sdraiarmi su uno dei tavoli sotto il tendone: avrò preso sonno per dieci minuti, finalmente aveva smesso di piovere. Flavio mi svegliò e mi disse “cosa fai qui…? Vieni, accompagnami a prendere il pane”. Erano le sei del mattino. Saliamo sulla 127 e mi scappa un… “ma quanta maledetta acqua…”
Flavio, sorridendo e in modo bonario, mi riprese: “L’acqua non è mai maledetta Benzino (era il mio soprannome in quanto il più piccolo dei tre Benzi) È incolore, insapore, inodore, apparentemente non vale nulla ma è preziosissima. Pensaci…”
Ci ho pensato spesso Flavio, e ho pensato spesso a te nel villaggio del Burundi dove andasti a fare il missionario dopo essere stato a Pegli, alla Madonna del Monte e a Spezia e dove sei voluto restare quasi fino all’ultimo. La tua foto in mezzo ai tuoi bambini è tra le mie preferite. Hai vissuto molto e hai lasciato tantissimo: raggiungi Padre Enrico e Padre Claudio, anche loro così preziosi nella crescita di tanti ragazzi.
Il tuo sorriso e le tue guance rosse paonazze mentre facevi la lotta con i tuoi lupetti sono stampate nella mia memoria di bambino, un ricordo prezioso.
Addio Flavio, se passi nei miei pensieri soffermati.

Tags: ,

Il casco ti salva la vita
ma non ti salva la moto

Intervengo personalmente per diradare corvi e avvoltoi: è vero, ho avuto un incidente in moto, il conducente di un Suv mi ha calpestato poco lontano da casa. Io malconcio, moto molto malridotta: e solo chi ha una moto può capire che vuol dire. La mia adorata BMW R1200GS, intonsa, senza un graffio né una mezza caduta è incerottata. Si è impennata (la mano era aggrappata alla manetta e non sono riuscito a staccarla in tempo) ed è pesantemente caduta a terra prima su bauletto e coda e poi sul fianco sinistro: il che significa anche parateste, testa (speriamo di no), serbatoio e sporgenze varie.
La scusa dell’automobilista in questi casi di solito è “non ti ho visto”. Ma porc…p… tr… ma come fai a non vedere un cristone di 100 e passa chili su una moto da tre quintali che è quasi più alta della tua macchina?
E’ che oggi con i dannati cambi automatici chi guida schiaccia, non pensa e le macchine partono a fionda. Magari mentre si cambia stazione radio o si ordina un panino dallo schermo della macchina.
Ad ogni modo, sto bene: sia benedetto il mio vecchio casco
che purtroppo dopo questa botta va in pensione. Lo terrò in casa vicino all’uscita con un cartellino sopra “sii prudente, pensa a me”.

Tags: , , , , , , ,

Si sta meglio
con i piedi sul palco

Un mio post dal tono un po’ malinconico postato stanotte sulla mia pagina personale di Facebook (e dunque riservato ai pochi che mi conoscono personalmente – mi sono ripromesso di accettare solo le persone delle quali ricordo faccia, nome e cognome, quindi a breve farò un po’ di pulizia sperando che nessuno si offenda ma offrendo anche una pagina pubblica che anela seguito), ieri sera ha scatenato il panico. Non sono il ritratto della salute, credo non sia mica un mistero. Si vede!
Ma vorrei sgomberare il campo da qualsiasi dubbio eccessivo: sono sempre il solito cazzaro, che fa le cose che non deve fare, che esagera, che si cura il minimo indispensabile e che cerca di sbranare la vita prima che la vita lo sbrani. Quindi, a maggior vantaggio di chi è in like sulla mia pagina pubblica (minchia, pochi anni fa eravate decine di migliaia e non potevo camminare per strada, ora arrivo a malapena a mille e quelli che mi cercano sono solo i funzionari di Equitalia, la mia carriera è in discesa!), pubblico una cosa giuravo non avrei mai reso pubblica.
In fondo è una buona azione.
Come molti sanno dopo che anche la seconda moglie ha scelto altre strade ho ripreso a suonare: prima il basso, poi le tastiere, prima da solo in casa e poi in alcuni gruppi. Mi sono creato – per la gioia dei vicini – uno studiolo di registrazione con un po’ (tanto) di amplificazione. Se attacco il basso i gatti spariscono negli armadi per due giorni. Se suono le tastiere o gli effetti Brioche e Muffin implorano di essere rispediti al canile lager.
Qui sono in sala prove con i Supercolors; set agile e da trasferta una 40ina di chili. In casa ho lo studio pesante. Ma ho fatto belle esperienze. Sono anche riuscito a salire sul palco più volte; mi sono ricordato di avere una voce discreta e di aver avuto un piccolo silenzioso successo con una band punk (io, Mauro che ora è commercialista e miliardario e Valentino che ora è avvocato figlio e nipote di avvocati e dunque miliardario) e di aver scritto molte canzoni che hanno ascoltato in pochi. Ora suono parecchio. Sto registrando e rifacendo vecchi brani che sembrano ancora attuali ma soprattutto sto conoscendo persone interessanti.
Qualche tempo fa sono entrato in contatto con questa band senza nome che suonava in una cantina. Dino, il chitarrista di un’altra band che mi scartò a un provino (non glielo perdonerò mai, ma in effetti ero ancora molto arrugginito) mi disse “lo so che ti ho scartato ma a quest’altra band manca ogni tanto il tastierista, vieni? Solo per divertirsi.”
E andai; ma oltre al tastierista, che c’era ma aveva anche altri impegni, mancavano anche un po’ di gas e di esibizionismo, argomenti indispensabili per una band. Dunque insistetti talmente tanto che i cinque (che essendo quasi tutti terroni hanno deciso di chiamarsi The Run 5) più la loro cantante Rossella, pur non essendosi mai esibiti su un palco si sono ritrovati al Rock ‘n’ Roll della Stazione Centrale di Milano – mica cazzi – per farsi ascoltare. Otto anni di prove in cantina e un live. La media è migliorabile.
Ma il grande torto di questi amici è stato che sul palco hanno riportato anche me che oltre alle mie scorribande con i Supercolors – con cui suono da più di un anno e che stanno per tornare in pista con nuovo setlive e un batterista nuovo di pacca – adesso metto a curriculum anche questa stralunata versione di Psycho Killer.
Non ho mai fatto pubblicità o promozione alle mie esibizioni live: non ho mai creato eventi su Facebook e a volte faccio finta di non esserci nemmeno nascondendomi a fianco alla batteria. Ma canto e suono. E siccome i The Run 5 hanno bisogno di altro gas e hanno recuperato definitivamente tastiera e coraggio faccio outing.
D’altronde è vero che la vita mi ha insegnato che devo stare con i piedi per terra.
Ma fanculo.
Preferisco tenerli su un palco.

Rock On!

Tags: , , , ,

Ciao Natale 2015,
le mille cose ancora da fare

Inizio a scrivere… Tra sei minuti questo Natale sarà passato agli archivi: migliore, peggiore, ognuno lo cataloga secondo lo stato d’animo e le esperienze recenti. Io non vivo bene queste feste da tempo ma mi sforzo di viverle, e mi sembra già molto. Mancano cinque minuti ora… Non è che non voglia fare gli auguri di Natale e aspetti l’ultimo momento: è che… Natale è per i bimbi, i figli i nipoti. Nel mio caso sono tutti lontani. Vivo in questa casa isolata, a Milano con due cani, due gatti, mille rimpianti e infiniti condizionali. Se avessi, se fossi stato, se… se… se… Oggi ho lavorato tutto il giorno. Ho mangiato riso in bianco a pranzo e cena, da solo in casa, tra un lavoro e l’altro Con Brioche e Muffin una da una parte e l’altra dall’altra. Ma ho aperto un Morellino del 2012: per me e basta. Manca un minuto ora.
Brindo agli amici assenti e che mancano infinitamente, a quelli che dovrebbero essere presenti ma sono scomparsi dietro i propri cazzi, brindo a chi vorrei fosse qui e non c’è. Brindo alla mia nuova tastiera dove oggi sono riuscito a completare la mia prima registrazione (“Home” dei Depeche Mode). Brindo al mio PC che tiene nota di tutto, del bello e del brutto. Brindo con riso bianco e Morellino a voi che leggete e soprattutto a chi è più giovane di me, ai miei figli e ai miei nipoti, qui inquadrati in questa bella tavolata che ieri sera mi hanno un po’ commosso e molto emozionato. Perché è stato un Natale conquistato faticosamente, e con qualche rischio.
Ok Natale è andato. Posso tornare a dormire con i miei cani a farmi da scorta e spegnere lentamente il cervello. Pensare troppo fa male. Pensare al passato fa malissimo. Pensare al futuro è un buon esercizio anche se spesso ti senti inadatto. E’ S.Stefano da 12′ e anche Natale 2015 è finito.
Nipoti, figli, dateci una mano voi a capire dove abbiamo sbagliato e se potete, provate a rimediare. Io, e non credo di essere l’unico, comincio a essere un po’ stanco e demotivato.
Ma in voi ho molta fiducia, e siete tra le poche cose che mi rallegrano ancora. Vi voglio un mondo di bene, e auguro a voi e ai vostri amici e coetanei il meglio. Tutto quello che non siamo riusciti a darvi, tutto quello che con la vostra forza riuscirete ad ottenere.

Tags: , , , ,

Propositi e spropositi

Stamattina sto facendo pulizia tra gli hard disk e sto spostando tutto sul NAS: ho comperato un anno fa questo bestione da 128tera, 64 di memoria e altrettanti di backup fisso per memorizzare tutto. Il bello e il brutto.
Ho lo stesso vizio di mia madre: non butto via niente. Foto, video grezzi e montati, pezzi belli e orrendi, lavori cominciati e mai finiti, bozze di racconti, timoni di libri, una quantità impressionante di musica. Niente film, solo cose che faccio io oltre alla musica che ho collezionato in questi anni. Quello che era sui vinili che ho ancora (circa 15mila che ho digitalizzato e impacchettato nei bauli), sui CD (altri 10mila, anche loro inscatolati) e una massa di MP3 paurosa e disordinata che a poco a poco cerco inutilmente di mettere in logica.
E’ tutto accalcato su dischi esterni che in teoria di tanto in tanto dovrei portare sul back-up, ma non lo faccio mai: poi l’hard disk esterno va in tilt perché è strapieno e rischio di perdere anni di memoria, cose e lavoro solo per pigrizia.
La cosa mi ha fatto pensare sui miei ultimi anni di attività personale e professionale portata soprattutto a nascondermi più che a espormi. Forse cinque anni di Sportitalia erano stati davvero troppo e ci voleva un lungo periodo di disintossicazione. Ma se decidi di fare questo mestiere non si può nemmeno arrivare all’opposto e fare lo struzzo.
Ho cinque siti depositati, miei, belli, nuovi di zecca, studiati da due ragazze cui ho affidato la parte gestione tecnologica e la grafica (Marzia e Chiara). Più un mio canale YouTube. È tutto bello: copertina, grafica, impostazione, idea. Ma è anche tutto orrendamente vuoto. Dovrei solo scrivere, registrare e mettere online. Dovrei fare quello che in teoria so fare: il contenuto.
Chissenefrega dei soldi, oggi a guadagnare su Internet sono i colossi mica i ciclotimici come me. Sono cose che dovrei fare per me mica per gli altri.
E invece… Ho chiuso diversi anni anni fa il mio blog su Eurosport, ottomilaquattrocentosessanta pezzi in cinque anni e una media di 350mila visitatori ogni giorno con un record di 1 milione e 200 mila quando l’Italia uscì dal Mondiale in un Sudafrica e scrissi un pezzo di cui ricordo il titolo “Spostate quel carro che dobbiamo montare la forca”. Si riferiva a Lippi e alla sua polemica su chi sarebbe salito sul suo carro dei vincitori. Tutto scomparso… digerito ed espulso. I motori di ricerca non troverebbero un mio pezzo nemmeno  se ci avessi scritto dentro bestemmie e lo avessi confezionato con foto tratte da YouPorn.
Insieme al blog ho chiuso la mia prima pagina ufficiale Facebook: 26mila likers, aveva ottenuto “il bollino blu” in poche settimane: lo feci all’improvviso e di stomaco, per un moto di orgoglio di dignità di fronte all’aggressività della gente che commenta on-line, ma anche per non mettere in imbarazzo i miei figli e le persone che portano il mio stesso cognome di fronte agli insulti che quotidianamente ricevevo per quanto scrivevo da tifosi beceri e ignoranti, di ogni ordine, grado e provenienza.
Così come qualche settimana fa pensato di chiudere il mio profilo Twitter dopo una lite in onda e online con un paio di coglioni che dietro una tastiera pensano di potere scrivere quello che vogliono di chi vogliono. Con il pretesto del fatto che loro fanno satira, o pagano, o che oggi chiunque può dire qualsiasi cosa di chiunque: perché parlare male degli altri è gratis e addirittura ti rende famoso… Che poi non abbiano capito nulla o scrivano il falso e in un paese normale dovrebbero pagarti il disturbo in tribunale mentre qui invece li pagano per essere opinion leader, è una superflua sottolineatura. Del tutto normale in questa barzelletta di posto che si chiama Italia e che è gestita come un Luna Park da venditori di fumo.
Parlavo di chiudere: è stato solo molto tempo dopo ho aperto un nuovo profilo, che in tre anni credo sia arrivato ad appena mille likers. Cinque anni fa WWE News faceva quasi un milione di telespettatori al giorno e io non potevo nemmeno camminare per strada. Strana la vita. Ma cinque anni fa se è per questo avevo ancora una moglie, godevo di ottima salute e riuscivo persino ad allacciarmi le scarpe.
Devo mettere ordine in quello che ho fatto, di sicuro. Perché ho fatto tanto nonostante tutto e qualsiasi cosa succeda mi piace che un domani qualcuno, magari i miei figli, ricordino che il papà che vedevano così poco ha scritto un libro, ha prodotto dei programmi che hanno pagato degli stipendi, ha assunto ragazzini che ora hanno un mutuo e una famiglia mentre lui vive ancora in affitto.
Mettere in ordine il passato. Ma devo anche fare le cose.
Uno dei miei idoli cinematografici era Johnny Mnemonic (nella foto) che aveva una memoria infinita, del bene e del male. Non si faceva selezione all’ingresso. Serviva tutto.
Non so se tra i soliti banali e pretestuosi buoni propositi del nuovo anno posso mettere quello di riprendere a fare le cose che ho sempre fatto e dare vita alle mie cinque creaturine virtuali che aspettano solo qualche post e uno switch-on. Ho le solite mille scuse pronte: troppo lavoro, poco tempo, non sto bene, sono stanco, ho le papille gustative interrotte, un’inondazione e le cavallette.
Intanto metto ordine e sblocco il dannato hard-disk esterno. Non voglio che i propositi di un giorno diventino spropositi degli anni a venire. Oggi qualcosa ho fatto, il resto magari verrà…

[Ascoltando “Revelations” degli Audioslave]

Tags: , , , , , , ,

Dagli al razzista
il caso di Eranio

Qualcuno di voi avrà letto che Stefano Eranio è stato licenziato (ma non sapevo fosse mai stato assunto per la verità) dalla TV Svizzera Italiana dove era impegnato come opinionista per numerose trasmissioni sportive. Conosco molto bene la Svizzera dove sono stato spesso per lavoro e per seguire concerti e partite di calcio.

Una volta, viaggiavo a bordo di una macchina a noleggio, comprai la vignetta autostradale (come amano definirla gli svizzeri in un italiano abominevole) e non la attaccai al parabrezza limitandomi ad appoggiarla al cruscotto. D’altronde la ‘vignetta’ era mia, personale, non della macchina che apparteneva a una società di noleggio. Durante il mio rientro in Italia vengo fermato da un agente della polizia stradale elvetica e multato. La vignetta non era attaccata al parabrezza ma solo esposta: il signor agente mi dice “Voi italiani, sempre a fare i furbetti”. E io, punto sul vivo, per principio non solo non attaccai la dannata vignetta ma pagai la multa. Minacciando di denunciare l’agente per affermazioni di carattere lesivo e razzista.

Magari ho frainteso. Magari voleva dire che gli italiani furbetti sono simpatici. Magari non voleva essere offensivo. Ma io mi sono sentito offeso. Come dal comune di Zurigo: che mi spedisce una multa accompagnata da una lettera in buon italiano e da istruzioni per pagare la sanzione esclusivamente in tedesco. La parte in inglese del sito non funziona. Pagare è impossibile. Meno male che mi accorgo che la multa l’avevo già pagata parecchio tempo prima… Il Comune di Zurigo invece disgraziatamente non si accorge nemmeno che la multa era già stata saldata e si rivolge all’Interpol per identificarmi con un procedimento di rogatoria internazionale.

Non ridete, è tutto vero…

In pratica devo presentarmi dai Carabinieri con il mio avvocato e spiegare la mia posizione facendomi riconoscere come se fossi un delinquente. Per una multa già pagata. Ma se il Comune si rende conto di aver sbagliato e che tanto furbetto non sei non ti dicono nemmeno ‘esciuldigum’, o come si scrive, che vuol dire mi scusi. In fondo hai perso tempo e pagato un legale.

D’altronde gli italiani rubano il lavoro agli svizzeri. L’ho letto su un giornale ticinese. Dunque siamo anche dei ladri. E qui la taglio corta.

Stefano Eranio, commentando Bayer Leverkusen-Roma, ha espresso un concetto magari non eloquente e forse fraintendibile ma chiaro: i difensori centrali di colore, molto spesso, agiscono più d’istinto che di razionalità spinti dalla loro superiorità fisica.

Un po’ come dire che io, se devo conquistare con una donna è meglio che la faccia ridere: perché la mia tartaruga è girata dal verso sbagliato.

Eranio invece è un razzista: e viene licenziato. Io, fossi in Stefano, farei causa in Italia e in Svizzera per danno morale e di immagine perché l’etichetta che gli è stata appiccicata è orrenda. Ma soprattutto fuoriluogo per chi lo conosce.

Sappiano i colleghi della Tv Svizzera Italiana – cui mi permetto di consigliare tanti corsi della nostra lingua, perché gli piaccia o no è quella che parlano e la loro in onda, in radio e tv, è a tratti impresentabile, grottesca quasi quanto le orrende giacche con le quali vanno in onda – che il razzista Stefano Eranio ha commentato per noi la Coppa d’Africa nel 2009. E disse la stessa identica cosa: aggiungendo che con la forza fisica che hanno, se i giocatori africani avessero anche il talento tattico o il tempismo, noi potremmo anche darci alle boccette. Nessuno si sognò di dargli del razzista.

Io che lo conosco da anni posso garantire che Stefano è tutto tranne che razzista: ha giocato per anni con persone di ogni continente, ha giocato all’estero con calciatori di ogni colore (la foto appartiene al suo splendido periodo nel Derby County). Allena ragazzini di qualsiasi provenienza. È un signore, un galantuomo di rara umiltà e di grandissima sobrietà.

Appiccicargli l’etichetta del razzista in un comunicato stampa è idiota.

A Stefano la mia solidarietà più piena e assoluta perché, anche se non si è espresso per quello che voleva dire, non è razzista. Io lo so.

Ai signori della TV Svizzera Italiana e ai 250mila beneficiari all’interno del loro confine i miei complimenti: più che notizia, avete fatto un’idiozia. Se avete difficoltà a comprendere la mia prosa o qualche verbo, capisco… ne usate molti meno e molto peggio. Potreste dire che vi sto dando degli ignoranti: nel senso latino di ignoscere, mancata conoscenza. Ma sarebbe come pretendere che tutti i ristoranti del Canton Ticino – mi limito a quello – scrivessero spaghetti con la ‘acca’ e tortellini con due ‘elle’.

Tags: , , , , ,

Dedicato a chi ha visto
la luna per intero

Alcune cose non si possono spiegare e forse non si dovrebbero nemmeno rendere note. Mi dicono che le grandi gioie e i grandi dolori ognuno li vive a modo suo, per conto proprio e come ritiene più opportuno.

Tante cose sono cambiate da quel 17 settembre e niente è più come prima. Sicuramente io non sono più quello che ero, i rimpianti sono tanti, gli errori cui non si può più rimediare tantissimi. Ma l’unica cosa che rimpiango è quella sulla quale non avevo alcun controllo. Avrei voluto passare più tempo con una persona che mi manca terribilmente e che non riesco a nascondere nell’angolo della testa, là dove il senso di assenza fa meno male. Perché come lui manca altro. Molto altro.

Ma se tre anni fa mentre ero in macchina tra le colline attorno a Bracciano e un piccolo ultraleggero mi passò sopra la testa a farmi ciao ciao con le ali a darmi un segnale concreto, ieri mentre pensavo a Daniele la radio ha suonato una canzone che non passa mai e che non sento da anni, se non raramente, e solo nelle mie cuffie. Si intitola “The Whole of the Moon” e la scrisse Mike Scott dei Waterboys, un gruppo gallese, quando un suo caro amico gli venne a mancare. Lui era a New York in Tour e in albergo stava molto male. La sua fidanzata gli disse… “Sfogati, scrivi, pensa a quello che di bello ti ha lasciato il tuo amico”.

Nacque “The Whole of the Moon”, un allegro inno all’inadeguatezza dell’uomo: io mi sono fermato e tu sei andato avanti, io ho visto vallate sporche e piovose e tu la terra magica di Brigadoon, io ho disegnato un arcobaleno e tu lo tenevi già in mano. Sei andato così forte, alto, veloce e lontano che hai visto la luna… tutta intera.

Noi non la vedremo mai. Non da qui. Caro Dani, come sempre i tuoi buoni consigli sono bene accetti.

 

Nota a margine, questo è il primo blog che scrivo dopo un anno. Consideratelo uno spicchio di luna che non vedevo da un pezzo.

The Whole of the Moon – Waterboys

I pictured a rainbow
You held it in your hands
I had flashes
But you saw the plan
I wandered out in the world for years
While you just stayed in your room
I saw the crescent
You saw the whole of the moon
You were there in the turnstiles
With the wind at your heels
You stretched for the starts
And you know how it feels
To reach too high
Too far
Too soon
You saw the whole of the moon
I was grounded
While you filled the skies
I was dumbfounded by truth
You cut through lies
I saw the rain dirty valley
You saw Brigadoon
I saw the crescent
You saw the whole of the moon
I spoke about wings
You just flew
I wondered I guessed and I tried
You just knew
I sighed
…but you swooned!
I saw the crescent
You saw the whole of the moon
With a torch in your pocket
And the wind at your heels
You climbed on the ladder
And you know how it feels
To get too high
Too far too soon
You saw the whole of the moon
The whole of the moon!
Unicorns and cannonballs
Palaces and piers
Trumpets towers and tenements
Wide oceans full of tears
Flags rags ferryboats
Scimitars and scarves
Every precious dream and vision
Underneath the stars
You climbed on the ladder
With the wind in your sails
You came like comet
Blazing your trail
Too high too far too soon
You saw the whole of the moon

Tags: , ,

La Scozia non è indipendente:
ma resta la Scozia

La Scozia non è indipendente, dice il risultato di un referendum. Avrei molte cose da dire in proposito. Ad esempio su come fanno i referendum nel Regno Unito con una domanda di dieci parole mentre da noi ci vuole un foglio protocollo per esprimere il contrario di quello che in realtà l’elettore dovrebbe volere (mi dicono si chiami sistema abrogativo).

Dunfermline Abbey

La Dunfermline Abbey vista dal Pittencrieff Park

Potrei anche dire che per un referendum in Scozia si sono precipitati alle urne il 97% degli iscritti al voto mentre da noi a votare va poco più della metà del paese. E molti in quella cabina vorrebbero vomitarci. Posso aggiungere, con una certa sicurezza, che la Scozia ha troppe cose di cui il Regno Unito ha estremo bisogno, non solo petrolio, gas e industrie che sono ‘scomode’ o poco gradite agli inglesi. Ma che anche gli scozzesi hanno estremo bisogno di quei posti di lavoro. E avendo imparato a distinguere il bello e il brutto dappertutto, mi riesce difficile amare la Scozia e odiare l’Inghilterra. Le ho nel cuore entrambe per motivi diversi e in modo diverso.

La Scozia mi ha adottato, sotto un aspetto mentale, culturale di affinità elettiva; l’Inghilterra mi ha sempre divertito e conquistato con la sua mentalità da una parte snob, intransigente e a volte conservatrice in modo un po’ ottuso, ma dall’altra estremamente cosmopolita.

Io sulla Memorial Bench di Stuart Adamdson

Io, seduto sulla memorial bench dedicata a Stuart Adamson, cantante dei Big Country tragicamente scomparso nel 2001. Si trova sempre nel giardino itaiano del Pittencrieff Park di Dunfermline, a due passi dal Glen Pavillion

Fossi nato in Scozia e avessi potuto mettere quella X l’avrei messa sul SÌ: perché vorrei essere indipendente da un Parlamento che mi rappresenta fino a un certo punto. Potete immaginare quanto mi senta indipendente da quest’esercito di cialtroni e fancazzisti che da anni ci prendono per il culo, qualsiasi colore, partito, coalizione, movimento o lobby rappresentino. Con tutta la pletora di voti che si portano dietro attraverso posti statali, voti di comodo, clientele e associazionismi infetti con annessi e connessi.

Avevo in programma un viaggio in Scozia da tempo: parto il 28 novembre per una breve sosta a Londra e poi mi fermo a Glasgow ed Edimburgo per oltre una settimana. I motivi sono i soliti: concerti, football, andare in moto fino a Inverness anche se è dicembre e pioverà a dirotto, visitare posti come Dunfermline, Ayr, Kilmarnock che ho visto e rivisto. E farlo ascoltando in cuffia Big Country, Fish e Biffy Clyro.

Non sarai indipendente ma resti casa mia, cara Scozia. Resterete internal exiled ma siete sempre i miei fratelli di sangue, dear lads.

Come dice la canzone “Caledonia”, scritta da Dougie MacLean e qui interpretata da Fish, cantante scozzese di Dalkeith (ex voce dei primi Marillion), “Caledonia you’re calling me and now I’m going home”.

Caledonia
I don’t know if you can see
The changes that have come over me
In these last few days I’ve been afraid
That I might drift away
So I’ve been telling old stories, singing songs,
That make me think about where I came from
That’s the reason why I seem so far away today
Let me tell you that I love you
And I think about you all the time
Caledonia you’re calling me and now I’m going home
But if I should become a stranger
You know that it would make me more than sad
Caledonia’s been everything I’ve ever had
I have moved and I’ve kept on moving,
Proved the points that I needed proving
Lost the friends that I needed losing,
Found others on the way
I have kissed the ladies and left them crying
Stolen dreams, yes there’s no denying
I have travelled hard sometimes
With conscience flying somewhere in the wind
Now I’m sitting here before the fire,
The empty room the forest choir
The flames that couldn’t get any higher
They’ve withered now they’ve gone
But I’m steady thinking, my way is clear
And I know what I will do tomorrow
When the hands have shaken
And the kisses flow then I will disappear

Tags: , , , , , ,

Una piazza per Franco Rotella,
e il suo sorriso che mi accompagna

Questa è una cosa molto, molto privata. Ma vale la pena condividerla con gli amici (pochi per ora, questa pagina aveva circa 20mila iscritti e poi ho deciso di azzerare tutto e ricominciare da capo, più avanti spiegherò il perché) perché credo riguardi tante persone.

Tutti abbiamo perso una persona a noi cara. Io sono profondamente convinto che le persone che ci precedono lungo una strada difficile lo fanno per lasciarci una traccia: il dolore resta, ma l’insegnamento e il valore di quello che hanno seminato vale infinitamente di più.

Qui, nel casino della mia scrivania dove Cookie passeggia quando scrivo e dove si nota un biglietto per il concerto di Elton John di Milano (lo vendo, in quel periodo ho deciso di andarmene in Scozia dieci giorni) campeggiano insieme alle foto dei miei figli le immagini di Daniele e di Franco. Daniele, mio suocero (l’ex proprio non mi va), è stata probabilmente una delle persone più importanti e influenti della mia vita. Mi manca immensamente. Ha lasciato più messaggi positivi lui nella mia testa in pochi anni, che tanti altri in una vita. Forse perché quel periodo della mia vita era davvero buio e lui, insieme a Francesca, la mia seconda moglie, lo ha illuminato a giorno.

Accanto a quello di Daniele c’è il sorriso di Franco, scomparso troppo presto, cinque anni fa, e ritratto in una bella immagine insieme a sua moglie Nadia durante la festa del mio 40esimo compleanno. Franco era un ex calciatore, uno che ha giocato in Serie A, in Coppa Uefa, un privilegiato secondo molti. Ma la gente che non sa, e che non immagina nulla, ritiene privilegiato persino me. Uno qualunque che si è trovato a fare con molta fortuna, e per caso, un mestiere che nemmeno pensava di voler fare.

Ecco Franco in uno scatto ufficiale nel vecchio Marassi in una delle sue prime partite nel Genoa

Ecco Franco in uno scatto ufficiale nel vecchio Marassi in una delle sue prime partite nel Genoa

Franco l’ho conosciuto proprio bene quando la sua carriera era finita da un pezzo: conducevamo insieme divertendoci come pazzi una trasmissione di calcio su una tv locale a Genova. Fuori dalla diretta mi è stato vicino durante il mio divorzio: ho vissuto la sua malattia poco e meno di suoi amici fraterni che lo vedevano soffrire quotidianamente. Ma anche lui mi ha lasciato messaggi importanti che nei momenti peggiori mi sono di grande aiuto. E il suo pensiero spesso mi sfiora la mente. Questi due sorrisi sornioni che campeggiano qui, sulla mia scrivania, non mi ricordano due persone che non ci sono più. Ma due persone che ci saranno sempre. Almeno per me. E anche se il dolore riaffiora è maggiore la serenità.

Ho appreso di questa bella iniziativa nata a Quezzi, dove Franco era nato e cresciuto, salendo e scendendo le scalette della chiesa palleggiando con il pallone senza mai farlo cadere. In questi anni tanti si sono appropriati indebitamente del nome di Franco che appartiene solo a Nadia, sua moglie, Simone, suo figlio, alla sua famiglia d’origine, e che può essere condiviso da pochissimi suoi amici fraterni. Preferisco pensare che sia così perché era una persona talmente bella e speciale che tutti ne avrebbero voluto un pezzetto.

Faccio mia l’iniziativa, una raccolta di firme per intitolargli una piazza a Quezzi e le do, in questo piccolo angolo che riguarda me e solo me, un minimo di visibilità. Prego i firmatari dell’iniziativa di mettersi in contatto con me perché appena scendo a Genova tra le loro ci sia anche la mia firma. E per quello che vale scriverò immediatamente una lettera al Sindaco di Genova e all’assessore competente, per ricordargli che tra strade brutte, anonime e intitolate a gente insignificante o sconosciute, può starcene tranquillamente una dedicata a Franco Rotella, calciatore professionista, allenatore giovanile, splendido divulgatore di calcio e di educazione sportiva, uomo eccezionale. Non è una questione di lapidi, e nemmeno di territori da segnare: ma di ricordare quello che vale la pena ricordare sempre e comunque.

Qui il link della notizia della quale ho appreso l’iniziativa.

 

Load more